L'intercapedine

scritto da Cara Catastrofe
Scritto Ieri • Pubblicato 16 ore fa • Revisionato 16 ore fa
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Testo: L'intercapedine
di Cara Catastrofe

La prima volta che Silvia intravide lo scorpione pensò che fosse un ragno. Era accanto allo zoccoletto della camera da letto e la gatta ci stava davanti, nascondendoglielo parzialmente, giocando con quella concentrazione feroce che riservava alle cose destinate a morire. Silvia era appena uscita dalla doccia e aveva ancora i capelli bagnati; si fermò sulla soglia, con un asciugamano stretto intorno al corpo, e osservò l'animale mentre la gatta lo colpiva con una zampata, gli concedeva qualche secondo di tregua e tornava all'attacco.
«Lascialo stare, stupida», disse senza particolare convinzione. Non aveva paura dei ragni, almeno non di quelli che incontrava abitualmente in casa. Quelli piccoli li accompagnava fuori con un bicchiere e un foglio di carta; quelli grossi li aspirava, benché dopo si sentisse in colpa per qualche minuto. Quello, però, sembrava scuro, quasi nero, e appariva più voluminoso di qualsiasi altro insetto avesse mai trovato in casa. Quando la gatta lo spinse fuori dall'ombra del battiscopa, Silvia fece un passo avanti per guardarlo meglio.

Fu allora che l'animale sollevò la coda. Non fu un movimento rapido, ma una lenta curvatura della parte posteriore del corpo, che rivelò un segmento dopo l'altro fino a lasciare il pungiglione sospeso sopra il dorso. I suoi occhi si soffermarono dapprima sulla corazza, poi su quattro chele sottili. Non era un ragno: era uno scorpione; il suo colore appariva in qualche modo troppo nero.
Silvia non urlò, cosa che avrebbe ricordato in seguito con una certa incredulità, e rimase invece immobile, la mano stretta sull'asciugamano. Quando la gatta allungò di nuovo una zampa, Silvia la sgridò così forte che l'animale scattò all'indietro. La donna afferrò il primo oggetto che trovò sul comodino – un libro con la copertina rigida – e lo lasciò cadere sullo scorpione, credendo di averlo colpito. Quando spostò l’oggetto con cautela, tuttavia, non trovò nulla. Per qualche secondo lei rimase a sfogliare le pagine, aspettandosi di vederlo rispuntare. Poi recuperò la gatta e la chiuse in bagno, si rivestì e chiamò il compagno. Lui era al supermercato.
«C'è uno scorpione in camera», gli disse.
Dall'altra parte calò un silenzio interrotto dal rumore di un carrello. «Cosa?».
«Uno scorpione. Un cazzo di scorpione. Sotto lo zoccoletto della camera da letto».
«Sei sicura che non fosse un ragno?».
Silvia chiuse gli occhi. «L'ho visto alzare la coda».
Ci fu un'altra pausa, durante la quale una voce lontana chiese se qualcuno avesse visto le batterie.
«Arrivo», disse infine lui.

Per i venti minuti successivi Silvia rimase nel corridoio, a distanza dalla porta della camera, e cercò su Google tutto quello che riuscì a trovare sugli scorpioni presenti in Italia, ma le fotografie peggiorarono la situazione. Alcuni erano piccoli e giallastri, quasi trasparenti; altri erano scuri, capaci di adattarsi agli ambienti domestici e di trovare rifugio nelle fessure dei muri. Tutti, però, possedevano soltanto due chele, e non quattro. Si domandò se il terrore di quel momento non le avesse giocato un brutto scherzo.
Quando il compagno tornò, si armò di una scopa e di una torcia. Insieme ribaltarono la stanza ma non trovarono niente. Lo zoccoletto, peraltro, aderiva perfettamente alla parete, senza fessure visibili né segni di umidità. Il compagno passò la mano lungo il bordo, poi si chinò per guardare sotto il letto. «Magari è entrato dalla finestra».
«Da quale finestra?».
«Non lo so, Silvia. Da una finestra».
«Era chiusa».
Lui si rialzò con l'espressione di chi ha capito di aver scelto la risposta sbagliata. Decisero che avrebbero controllato nuovamente la stanza il giorno dopo e che avrebbero chiamato qualcuno se avessero trovato altri insetti. Alla fine, andarono a dormire sul divano. La gatta, liberata dal bagno, passò buona parte della notte a grattare la porta della camera da letto.
Silvia non dormì quasi per niente. Ogni volta che chiudeva gli occhi le sembrava di sentire qualcosa camminarle sul collo e, alle quattro del mattino, si alzò per controllare la coperta, benché sapesse benissimo che non avrebbe potuto trovare niente senza prima accendere la luce. Quando il compagno si svegliò, la trovò seduta al tavolo della cucina davanti a una tazza di caffè ormai freddo, intenta a leggere un articolo sulla distribuzione geografica degli aracnidi. Non le disse che stava esagerando, le chiese soltanto se avesse intenzione di chiamare una ditta di disinfestazione. Silvia lo guardò come se le avesse appena suggerito di chiamare i pompieri mentre il palazzo bruciava.

Il tecnico arrivò nel pomeriggio: ascoltò il racconto senza interromperla, poi si inginocchiò davanti al battiscopa e lo esaminò con una torcia.
«Le chele sono soltanto due, comunque» precisò. Silvia non protestò, preferendo soprassedere; in fondo nemmeno lei era sicura di ciò che aveva visto.
L’uomo controllò gli angoli della stanza, le guarnizioni della finestra, il vano della tapparella e lo spazio dietro il termosifone. Chiese se ci fossero cantine, locali tecnici o garage direttamente sottostanti; Silvia rispose che il suo appartamento si trovava al secondo piano e che sotto c'era un altro spazio abitativo identico al suo.
«È possibile che sia entrato dall'esterno» disse lui. «Oppure che fosse già presente in qualche intercapedine. Dovremmo però trovarne altri per parlare di un'infestazione.»
La parola intercapedine non piacque a Silvia, ma in quel momento preferì non approfondire. Gli chiese se fosse possibile trattare preventivamente la stanza e il tecnico le spiegò che si poteva fare, benché non gli sembrasse necessario: non aveva individuato alcun punto d'accesso. Le consigliò di controllare periodicamente gli angoli e scuotere le scarpe prima di indossarle. Prima di andarsene, l'uomo esaminò ancora una volta lo zoccoletto e passò le dita lungo il bordo, come se si aspettasse di trovare una cavità nascosta. «Qui non c'è niente» disse.

Per una settimana la camera da letto rimase inutilizzata. La gatta sembrava aver sviluppato una particolare predilezione per la porta chiusa: ogni sera si sedeva davanti alla soglia e rimaneva a fissarla; a volte infilava una zampa sotto la porta, come se cercasse di raggiungere qualcosa dall'altra parte. Silvia la trascinava via, la distraeva con un gioco, ma l'animale tornava sempre nello stesso punto.
Il sesto giorno, mentre Silvia stava preparando il caffè, sentì un rumore provenire dalla camera. Era un ticchettio leggero, irregolare, accompagnato da un raschiare appena percettibile, come qualcosa che si muovesse sul pavimento e ogni tanto urtasse contro un ostacolo.
Quando entrò nella stanza, la gatta l’aveva già preceduta, accovacciandosi davanti allo zoccoletto con le orecchie dritte e la coda immobile. Silvia controllò il pavimento, poi si inginocchiò e passò la mano lungo il battiscopa. In corrispondenza dell'angolo le sembrò di avvertire una corrente d'aria. Era un'impressione così debole che avrebbe potuto essere il movimento della sua stessa mano, ma tornò indietro e ripeté il gesto. L'aria c'era: non proveniva dalla finestra – che era chiusa – né dal termosifone; sembrava uscire da una fessura invisibile tra il battiscopa e il muro.
Quando provò a bussare con le nocche contro il legno, il suono risultò diverso in un punto preciso, una ventina di centimetri a destra dell'angolo. Non era un rumore sordo, come quello della muratura piena, ma un suono cavo, quasi che dietro la parete ci fosse uno spazio vuoto.

Il giorno dopo chiamò un muratore. Si chiamava Rafael, aveva poco più di cinquant'anni e lavorava nell'edilizia da quando ne aveva diciotto. Veniva dalla Colombia, ma viveva in Italia da molto tempo e parlava con un accento lieve, difficile da collocare. Aveva mani larghe segnate da vecchie cicatrici, e un modo di ascoltare che metteva a proprio agio. Quando Silvia gli raccontò dello scorpione, lui sorrise educatamente.
«Gli animali trovano sempre un modo per entrare», disse. «Le case sono piene di passaggi che non vediamo».
Esaminò lo zoccoletto, batté sulla parete con il manico di un cacciavite e individuò subito la zona in cui il suono cambiava. Disse che avrebbe rimosso una parte del battiscopa, verificato la presenza di una cavità e, se necessario, aperto un piccolo tratto di intonaco. Sarebbe stato un lavoro di poche ore.
Quando Rafael riuscì finalmente a staccare il battiscopa, nella parte alta apparve una sottile fessura scura. Il muratore vi puntò la torcia, poi inserì una piccola sonda flessibile. La estrasse dopo pochi secondi e la osservò come se si aspettasse di trovarci attaccato qualcosa.
«C'è uno spazio dietro», disse stranito.
«Quanto grande?».
«Non lo so. Devo vedere». Allargò la fessura, rimosse un altro pezzo di legno e scrostò l'intonaco circostante. La cavità sembrava più profonda di quanto aveva ipotizzato: la sonda entrava per quasi un metro senza incontrare ostacoli, eppure, a giudicare dallo spessore della parete e dalla planimetria dell'appartamento, dietro non avrebbe dovuto esserci nulla oltre alla muratura divisoria con il vano scale. Rafael si rialzò, si pulì le mani sui pantaloni e disse che sarebbe tornato con un collega e gli strumenti adatti.

La mattina seguente l’uomo arrivò con un collega più giovane e una serie di attrezzi. Il piano era semplice: aprire la parete abbastanza da capire la natura della cavità, poi decidere come procedere. Silvia aveva chiesto di essere presente durante i lavori, e non avrebbe saputo spiegare perché. Forse sperava che la scoperta di una spiegazione concreta le restituisse la camera da letto, il sonno e la possibilità di dimenticare lo scorpione.
I muratori coprirono il pavimento con teli di plastica e spostarono il comodino. Rafael tracciò un rettangolo sull'intonaco, allargandolo rispetto al punto in cui il suono risultava vuoto. Il collega cominciò a tagliare la parete. La polvere si sollevò in una nube bianca e si depositò sui teli e sui mobili, mentre Silvia si spostava nel corridoio per non respirarla.
Dopo una ventina di minuti la porzione di intonaco cedette e cadde in avanti. Dietro non c'era nulla: c'era il buio. Silvia non riuscì a distinguerne i confini: non si vedevano mattoni, tubi, travi o macerie; il foro si apriva su un'oscurità compatta e così assoluta che per un momento le sembrò di guardare uno schermo spento. Era identica al nero di quel piccolo scorpione.
Il collega di Rafael spense l'utensile e si avvicinò all'apertura. «Che cazzo è?».
Rafael non rispose. Prese una torcia dalla cassetta degli attrezzi e la puntò dentro il varco. Il fascio di luce rimbalzò sul nero – o almeno così parve a Silvia – senza illuminare nemmeno il pulviscolo atmosferico o le particelle di polvere che stavano volando nell’aria. Era come se la luce fosse stata assorbita da qualcosa.
«Passami quella più potente» disse Rafael. Il collega gliela porse e lui si avvicinò, spostando lentamente il fascio da sinistra a destra. Silvia vide il suo volto cambiare espressione.
«C'è un altro locale dietro?» chiese Silvia.
Rafael abbassò la torcia. «No».
Lei si sentì stringere lo stomaco. «Come sarebbe a dire?».
Il muratore si voltò verso di lei. Per la prima volta da quando era arrivato, sembrò non sapere cosa dire. Si passò una mano sul viso, poi tornò a guardare il varco. «Questa parete dà sul vano scale. Non può esserci niente di tutto questo».

Il collega fece una risata breve, nervosa. Disse che avrebbero dovuto controllare le misure, che forse la planimetria era sbagliata, che in certi edifici vecchi le cose non erano sempre come sembravano. Rafael non lo ascoltava più. Si avvicinò all'apertura, ma si fermò a circa un metro dal bordo. Con un gesto improvviso, infilò due dita sotto il colletto della maglietta e tirò fuori una catenina. Strinse nel pugno una croce dorata e la portò alle labbra, baciandola senza distogliere lo sguardo dal foro.
«Rafael?» disse il collega.
Lui scosse la testa. «No».
«Che cosa?».
«Non faccio un altro passo».
Il collega lo guardò, poi guardò il varco. «Ma che stai dicendo? Dobbiamo solo capire cosa c'è dietro».
«Ho detto di no». La voce gli era uscita più forte del previsto.
Silvia sentì un freddo improvviso lungo le braccia. «Che cosa hai visto?» chiese.
Rafael rimase in silenzio per qualche secondo, poi scosse di nuovo la testa. «Non lo so».
«Ma qualcosa hai visto». Lui la guardò.
«Non lo so», ripeté. «E non voglio saperlo».
Il collega si tolse i guanti e disse che per quel giorno avevano finito. Raccolse gli attrezzi evitando accuratamente di voltarsi verso la parete, mentre Rafael si infilava la croce sotto la maglietta e continuava a mormorare qualcosa che Silvia non riuscì a sentire. Quando furono pronti ad andarsene, lei li fermò sulla soglia. «Non potete lasciarmi così, con quel buco».
Rafael abbassò lo sguardo. Sembrava dispiaciuto, ma non abbastanza da tornare indietro. «Mi dispiace», disse. «Non posso aiutarla».
Silvia avrebbe voluto protestare, ma alla fine non disse niente. Li guardò uscire, ascoltò i loro passi lungo le scale e aspettò che il portone del palazzo si richiudesse al piano terra.

Poco dopo sentì la chiave girare nella serratura. Il compagno comparve sulla soglia della camera ancora con la giacca addosso, e si fermò davanti al buco nella parete.
«Cristo. Ma che cosa hanno combinato?».
Silvia gli raccontò quello che era successo. Lui ascoltò senza interromperla, poi si avvicinò di un passo, tenendosi a debita distanza dall'apertura.
«E non ti ha detto che cosa ha visto?».
«Ha detto che non lo sapeva».
Il compagno rimase a fissare il buio per qualche secondo, ipnotizzato. Poi si voltò, come se avesse appena ricordato qualcosa. «Aspetta, ho lasciato una cosa in macchina. Torno subito».
Silvia annuì senza prestargli particolare attenzione. Era ancora troppo concentrata sul buco per chiedergli che cosa avesse dimenticato.
Una volta che rimase nuovamente sola, si accorse di avere il respiro corto e la schiena rigida. Aveva bisogno di allontanarsi da quella stanza, anche soltanto per qualche minuto. Attraversò il soggiorno e uscì sul terrazzo, dove l'aria fresca le sfiorò il viso. Si appoggiò alla ringhiera e inspirò profondamente, cercando di rimettere in ordine i pensieri. Rafael aveva visto qualcosa, ne era sicura. Eppure, per quanto si sforzasse, Silvia non riusciva a immaginare nulla che potesse giustificare la sua reazione.
Rimase fuori ancora qualche minuto, finché il freddo non cominciò a farsi sentire; poi rientrò.

Tornata in camera, la bocca nera nella parete la accolse silenziosa. Silvia accese tutte le luci, benché non servisse a niente, e si avvicinò decisa con il telefono davanti a sé. Voleva guardare dentro il buco e trovare qualcosa che rendesse possibile quello che era successo.
Puntò la torcia del telefono verso l'apertura e provò a scattare una fotografia, ma sullo schermo comparve soltanto una macchia nera. Si avvicinò ancora, cercando di stabilire quanto fosse lontano ciò che vedeva, e si accorse di non riuscire a farlo. Per un momento le sembrò che l’oscurità fosse vicinissima, quasi a ridosso della parete; subito dopo ebbe l'impressione di trovarsi davanti a uno spazio che si estendeva oltre ogni distanza concepibile. Non c'era modo di capire se stesse guardando una cavità profonda pochi metri o qualcosa che non aveva un fondo.
E se ci avesse infilato semplicemente dentro un braccio? Allungò la mano davanti a sé e sospirò rumorosamente. Il fascio di luce ondeggiò di conseguenza: per un istante, ebbe la sensazione che il nero avesse cambiato inclinazione. Non vide nulla muoversi; fu piuttosto come se una superficie immensa avesse modificato appena il proprio orientamento, quasi per accomodarsi meglio. Indietreggiò, urtando con il tallone un pezzo di intonaco, e si aggrappò al comodino per non perdere l'equilibrio. Il cuore le batteva forte, ma cercò di convincersi che si trattasse della suggestione prodotta da una situazione assurda.

La gatta miagolò dal corridoio e Silvia si voltò: l'animale stava seduto sulla soglia, con le zampe anteriori raccolte sotto il petto. Non guardava lei, ma il varco nella parete.
«Vieni qui», disse Silvia. Quella abbassò il corpo come faceva quando si preparava a balzare su una preda. Silvia seguì il suo sguardo e sentì un rumore provenire dal foro: era un ticchettio leggero, seguito da rumori di trascinamento. All'inizio pensò fossero le tubature ma quando il suono si ripeté, riconobbe qualcosa di familiare: era lo stesso rumore che aveva sentito giorni prima, in camera.
Il suono, tuttavia, adesso sembrava riecheggiare molto di più. Silvia rimase immobile, cercando di capire quanto fosse distante quel suono, mentre la gatta arretrava lentamente. Non c'era niente che potesse giustificare quel rumore, non avrebbe dovuto esserci nemmeno uno spazio in cui produrlo. Eppure continuava, a intervalli irregolari, come se qualcosa avanzasse lentamente. La luce del telefono continuava a illuminare il nulla, ma adesso quel nulla le sembrava diverso. Non più un'assenza, bensì una presenza così vasta da non poter essere riconosciuta come tale. La sua mente cercò di respingere quell'idea, ma non riuscì a trovare un'altra spiegazione logica.

Il ticchettio d’improvviso cessò. Silvia si accorse allora che non sentiva più alcun rumore: la casa era diventata silenziosa in un modo che non aveva mai sperimentato. Restò in ascolto, finché dal fondo del nero arrivò un suono secco, seguito da un secondo, più vicino. Dal foro venne quindi sputato un oggetto. Era un telefono, e Silvia lo riconobbe subito: era quello del compagno, con la custodia scura che gli aveva regalato per il compleanno. Lo schermo si era acceso al contatto con il pavimento e mostrava la schermata di blocco: una fotografia che avevano scattato durante il viaggio a Parigi, davanti alla Senna, con lui che la stringeva da dietro e lei che rideva, il viso voltato verso l'obiettivo. Per qualche secondo Silvia rimase a guardare quell'immagine, incapace di collegarla all'oggetto che aveva davanti. Poi alzò lentamente gli occhi verso la parete.
In quel momento avvertì che qualcosa si era avvicinato abbastanza da poter uscire. Pensò allo scorpione, alla sua coda sollevata, al modo in cui il suo colore le era sembrato troppo nero sin da subito. A quelle quattro sbagliatissime chele, che – solo in quel momento riuscì ad ammettere a se stessa – sembravano provenire da un altro mondo.
Abbassò lentamente il proprio telefono. Il nero non cambiò, eppure ebbe la certezza che qualcosa, dall'altra parte, avesse seguito con lo sguardo il movimento della sua mano. Non sapeva quanto tempo fosse passato. Sapeva soltanto che, da qualche parte, immensamente lontano e immensamente vicino, quel buio stava solo aspettando che lei facesse un passo avanti.

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